Dopo un giorno e mezzo di pausa, tra venerdì e sabato (la più breve pausa possibile per curare una influenza che si trascinava da giorni), tutto il resto del tempo a girare dentro (e fuori, quando serve) il collegio per questa brevissima campagna elettorale. Quattro o cinque incontri al giorno, più le telefonate, i messaggi, le mail. Anche se con ritmi frenetici e poco tempo a disposizione per programmare, progettare, costruire (ma in campagna elettorale si raccoglie quello che si è seminato, lo diciamo sempre no?), gli spunti di riflessione e le occasioni di confronto sono sempre moltissime.

Rispetto alle altre campagne elettorali che mi è capitato di fare in questi anni, è una situazione inedita: nel 2013 sia alle politiche sia alle regionali (e qualche mese dopo a Brugherio) eravamo la prima forza dell’opposizione che si preparava a governare. Allo stesso modo nelle Regionali del 2010; nel 2009 e nel 2008 erano le prime elezioni in cui si presentava il Partito Democratico; la campagna che parte dall’opposizione è stata la via maestra anche di molte elezioni comunali di questi anni.

Oggi invece è diverso: partiamo sulla base di quello che è stato fatto in questi anni, ma ci candidiamo non per difendere o conservare, ma per raggiungere risultati nuovi. Il Reddito d’Inclusione, gli investimenti sulla scuola, la riduzione delle tasse, le leggi sui diritti, e tanto altro ancora, sono il nostro biglietto da visita (e tutto questo ci consente di rispondere alla più frequente obiezione che ti può colpire “non avete fatto niente”), ma per rispondere alla rabbia e al risentimento diffusi non basta elencare quanto è stato fatto, occorre avere chiare quali siano le priorità dei prossimi anni e convincere che la nostra idea di società e i nostri valori (dai quali conseguono tutta una serie di provvedimenti e di leggi) sono quelli che ci consentono di avere un’Italia più forte e una società più giusta.

L’obiezione “al governo ci siete stati voi” che ci fanno talvolta ai mercati, nei dibattiti, nei confronti, si risolve così: non ci candidiamo per conservare i passi avanti che abbiamo fatto, ma per farne di ulteriori; per correggere e migliorare quello che c’è, per dedicarci a ciò che non si è riusciti ad affrontare; è l’essenza del riformismo, l’idea che il cambiamento per essere reale, per incidere davvero, è progressivo, imperfetto, e quindi necessariamente migliorabile.

Noi non siamo quelli che fanno promesse impossibili, non siamo quelli che dicono che non cambia mai nulla e che non si può fare niente, non siamo quelli che si scansano dalle responsabilità; ascoltare, spiegare tutto questo, è anche un modo per umanizzare la politica e portarla dove dovrebbe sempre stare: vicino alle persone.
 

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